La limitazione o il totale divieto della libertà di stampa in Italia durante il periodo fascista non ha diminuito la produzione di scritti, dichiarazioni e denunce da parte di chi già scriveva su quotidiani.
Giornalisti, politici e classe intellettuale del paese non si fanno intimorire dalla dittatura fascista per esprimere, anche in maniera clandestina, le proprie idee. Ma anche prima del fascismo , durante il governo Crispi gli italiani conoscono le limitazioni alle pubblicazioni.
Limitazioni alla libertà di stampa di fine ‘800
Meno conosciute ma molto importanti per la storia del giornalismo italiano sono state le restrizioni alla libertà di stampa subite da importanti quotidiani italiani durante gli ultimi vent’anni dell’Ottocento. Prima fu il Governo Crispi a procedere a sequestri e controlli restrittivi. In controtendenza all’entusiasmo post-Unità d’Italia, il nuovo governo è di stampo reazionario, gli si oppongono “Il Corriere della Sera” e “Il Secolo” lanciando dalle proprie pagine la “Lega italiana per la difesa della libertà”. Ma non basta, il promotore Cavallotti muore mentre conduce una battaglia democratica a suon di fogli con la “Gazzetta di Venezia” e nel frattempo Di Rudinì succede a Crispi. Il cambio è a svantaggio della libertà di stampa. Infatti Di Rudinì reprime con le cannonate la manifestazione contro il rincaro del pane a Milano nel 1898 e chiude decine di redazioni condannando 688 persone per manipolazione dell’opinione pubblica. Succede il governo Pelloux dello stesso avviso dei precedenti, ma il re d’Italia scioglie la Camera e la direzione de “Il Corriere della Sera” è nelle mani di Luigi Albertini che fino ad allora aveva continuato a denunciare le ingiuste censure.
Divieto fascista alla libertà di stampa
L’attacco fascista alla libertà di stampa viene paradossalmente lanciato dalle pagine di un giornale “Popolo d’Italia”, il cui direttore è il fratello del Duce, Arnaldo Mussolini che contesta l’editto Albertino sulla censure e il sequestro delle redazioni. Seguirà la pubblicazione del decreto regio del 12 luglio del 1923, applicato dopo il delitto Matteotti. Davanti a tale decreto solo “Il Corriere della Sera” e “La Stampa” esprimeranno il proprio dissenso, anche la Federazione della Stampa reagisce ma nulla servirà per fermare l’era fascista.
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