Al tempo del coronavirus: I NOSTRI VICINI TEDESCHI. Ci mancate

I NOSTRI VICINI   II

Mentre dai balconi della Penisola novelli guelfi e ghibellini si consumavano in acerrimi litigi sul canto di quarantena da levare dalle torri merlate condominiali (l’inno non lo canto perché è brutto e per giunta non europeista: dovremmo cantare An die Freude sulle note di Beethoven ma non sappiano le parole; ’O surdato ’nnamurato al Nord non la capiamo, vogliamo la Madunina!), alcuni cittadini di Bamberg hanno scelto senza esitazione Bella ciao, la canzone della Resistenza italiana contro l’oppressore tedesco, per tenderci una mano di solidarietà. Dopo quel canto (perfettamente intonato da vecchi e bambini, si rifletta sul livello dell’educazione musicale tedesca), dalla Germania sono presto seguiti altri messaggi di affetto.

I giornali tedeschi, se non omettono quasi mai di menzionare l’individualismo quale tradizionale connotato del cittadino italiano, hanno però osservato con grande attenzione, rispetto e ammirazione la dignità e la forza della reazione italiana in questi tempi calamitosi. Con le semplici e tanto più dolci parole ‘Ci mancate!’ si apre la sezione Viaggi della «Frankfurter Allgemeine Zeitung» dello scorso 22 marzo. Illustrata da una macchina ferma sullo sfondo del tricolore, la pagina riempie di commozione al primo sguardo. L’autore del pezzo, Niklas Maak, ricorda a sua volta un balcone italiano: ma si tratta stavolta di un dipinto, il Balcone su Napoli che, negli occhi dei tedeschi, è teneramente spalancato sull’aria libera e profumata della nostra bella Italia. Ci manca la vostra arte, sembra dire il giornalista; ma anche la vostra natura, il vostro spirito, la vostra allegria, la vostra fantasia, la poesia della vostra lingua. È un controsenso, dice Maak, parlare di viaggi in tempi come questi. E a noi italiani, penso io, sembra un controsenso parlare di nostalgia, che è il dolore di chi viaggia e desidera tornare a casa, ora che a casa siamo inchiodati: non possiamo oggi incarnare quell’Ulisse che di terra in terra conosce il mondo e la vita, per poi agognare il nòstos. Ma i tedeschi hanno una parola tutta loro, che non parla di ritorno a qualcosa di lontano o perduto, ma di desiderio, anelito, bramosia: la Sehnsucht. E mentre noi esitiamo ad ammettere che amiamo la nostra patria, malcelando il complesso di inferiorità che si fa alibi e piagnisteo nel perenne ‘tanto son meglio loro’, schizofrenicamente insieme all’orgoglio di essere sempre i più speciali, i tedeschi non temono affatto di esibire fra i propri tratti identitari il loro antico desiderio di Italia: Sehnsucht nach Süden, è il sottotitolo dell’articolo della FAZ. Torneremo, ci dicono i nostri vicini tedeschi. E io mi sento di rispondere: torneremo anche noi, da voi! Per ora ci dobbiamo accontentare, chiusi nelle nostre case, di quelle preziose briciole di Germania che abbiamo saputo raccogliere lungo il cammino: che sia una sinfonia di Beethoven, una favola dei Grimm, una poesia di Brecht, un quadro di Caspar Friedrich o un film di Wim Wenders. Ma sarebbe bello poter fare presto una passeggiata sulle rive del grande fiume Reno o nel caos primordiale della nuova Berlino in perenne ricostruzione. Grazie, amici tedeschi.

Giulia Perucchi

Niklas Maak,   Ci mancate

Ci mancate. Nella crisi, ci rendiamo conto di cosa significhino per noi i nostri vicini. Per l’occasione, uno Speciale Viaggi sul desiderio del Sud. Le notizie e le immagini che ci giungono dalla Spagna, dalla Francia ma soprattutto dall’Italia sono così terribili che nessuno, certo, può pensare al viaggio; e tuttavia, proprio in un momento come questo, viene spontaneo riflettere ancora di più su cosa significano, per noi, questi Paesi. Non si può comprendere la Germania senza il suo desiderio di Italia. Dall’imperatore Ottone III, che nato a Cleve volle essere sepolto a Castel Paterno, fino a Goethe, i tedeschi, per definizione, hanno un desiderio di Sud: appena possibile consumavano le ruote delle loro carrozze per andare a distendersi, allegri e pallidi come lenzuoli, fra cipressi e arancini; dall’Italia, si sono riportati indietro il barocco, il tiramisù, le Alfa Romeo e Paolo Conte, e così alla fin fine la loro vita ha assunto un tono migliore, significativamente più meridionale. Quanti guardavano all’Italia con gli occhi dell’austerità, occhi che ricordano gli ‘zeri neri’ dei pareggi di bilancio, forse provano anche vergogna, adesso che si vede cosa succede quando il sistema sanitario subisce tagli drastici e gli ospedali vengono trattati come oggetti di investimento a fine di lucro, anziché come luoghi di soccorso alla vita che meritano, a qualunque costo, di essere finanziati.

Uno dei motivi per cui stare a nord delle Alpi è cosa vagamente sopportabile era la consapevolezza che, in qualunque momento, potevi prendere e partire per l’Italia. Adesso, stentiamo a crederlo, è tutto passato: perfino i dipinti, che nei nostri musei raccontano il desiderio di Italia (il balcone su Napoli di Carl Gustav Carus, da sotto il quale spunta Ischia nella calda nebbia mattutina; il Goethe in campagna di Tischbein), perfino i quadri stanno asserragliati nelle gallerie chiuse; l’italiano, sigillato dietro l’angolo; l’Italia, irraggiungibile. Tanto più vivi si fanno i ricordi: il barista a piazza Bologna, che conosce a memoria tutte le canzoni di Vasco Rossi; i tramezzini sulla via Tiburtina; lo stormire solenne del vento fra i cipressi, nel quartiere Nomentano; il negozio di cianfrusaglie che porta il bel nome di ‘Nuove Sensazioni’; il vecchissimo signore in doppiopetto, che stoicamente, con l’amico, tutti i giorni stappa una bottiglia di Lachryma Christi del Vesuvio e la guarda come se quello che sta bevendo abbia il sapore del vulcano e di lacrime antiche; la luce rossa al neon del Bar Basso; il rumore delle ultime corse che di notte si fermano a Bellagio, subito prima di sprofondare nel sonno; i vecchi tram gialli e il cornetto del mattino a Milano; il Circeo in controluce, appoggiato sulla sabbia; il pazzo intreccio dei marmi nella Cappella San Severo a Napoli; la nuvola blu del gas di scarico che si crea all’incrocio, quando venti motorini partono tutti insieme; lo scricchiolio tinto di rosa della Gazzetta dello Sport.

Questo numero raccoglie ricordi di quello che ci manca dell’Italia, e proposte su dove potremo andare, quando questa follia sarà passata. Noi torniamo, torniamo presto. ‘Andrà tutto bene’.

(Frankfurter Allgemeine Zeitung, 22 marzo 2020)

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