È IL TURISMO, BELLEZZA! di Maria Paola Canozzi

In pratica tutti gli appartamenti che li circondano, sia sul lato est che su quello ovest che quelli sottostanti, nel giro di cinque anni sono stati ristrutturati per l’affitto turistico. Per fortuna loro abitano all’ultimo piano quindi almeno sulla testa non hanno nessuno.

Anno dopo anno, hanno sopportato stoicamente i rumori, le crepe, le polveri che ciascuna ristrutturazione ha comportato. Ma l’ultima, quella dell’appartamento sul lato est, li ha veramente demoliti. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non tanto per i disagi che ha comportato durante i lavori, quanto per quel che ne è seguito. Un tempo dall’altra parte del muro comune ai due appartamenti, in corrispondenza con la loro camera da letto, c’era un corridoio da cui raramente proveniva qualche rumore. Ci abitava una tranquilla signora con i suoi due gatti. Questo prima della ristrutturazione.  Poi l’appartamento è stato comprato da una coppia di stimati professionisti, domiciliati in un quartiere residenziale dall’altra parte della città, i quali hanno voluto buttarsi come tanti nel grande affare degli affitti turistici, quello che in meno di un decennio ha stravolto il tessuto sociale e urbanistico del centro della città.

La maledetta ristrutturazione è stata affidata a un giovane architetto impaziente di trasformare tre stanzucce popolari in un loft appetibile per il circuito dei portali online, senza alcun pensiero per le conseguenze che il progetto avrebbe avuto sulla vivibilità degli appartamenti limitrofi. Risultato: il corridoio che faceva da intercapedine fra le vite dei due appartamenti è stato abbattuto per far posto a un open space, e dall’altra parte del muro, proprio in corrispondenza della testata del loro letto, sono stati piazzati un’autoclave e un climatizzatore, oltre ad altri misteriosi dispositivi elettronici che producono una varietà di rombi, ronzii, sibili, vibrazioni.

In verità loro non hanno mai visto quali diavolerie ci sono dall’altra parte, hanno chiesto di poterlo fare ma il permesso gli è stato tassativamente negato, mentre viceversa loro avevano aperto senza esitazione la porta al giovane architetto che era venuto a visionare le crepe che si erano verificate all’epoca della ristrutturazione. Quello che sanno per certo è che la camera da letto non è più utilizzabile.

L’incubo è cominciato con l’autoclave per cui, dopo mesi di inutili reclami, hanno dovuto ricorrere a un avvocato che costringesse i nuovi proprietari se non a rimuoverla da lì, almeno a insonorizzarla. Adesso si sente ancora nettamente, non più con la potenza di un elicottero in avvicinamento come all’inizio, piuttosto come una centrifuga di lavatrice lontana, però si sente. Il disturbo era così grave che in un primo momento tutto il resto era passato in second’ordine. Ma una volta metabolizzato il rumore dell’autoclave, si sono fatte avanti altre sorprese moleste provenienti dalla stessa parete.

Attualmente, sul far dell’estate, al centro del loro logorio di nervi c’è il ronzio del climatizzatore. In barba alla minaccia del collasso climatico e all’allerta mondiale contro le emissioni di CO2, sono molti coloro che non ritengono civile vivere a temperatura ambiente, che amano dormire al fresco con una copertina sulle spalle e che sentono un insopprimibile bisogno di accendere l’aria condizionata già in primavera. E quando poi ci sono più di trenta gradi e un’afa da far paura – e a Firenze succede già in giugno, anche grazie al contributo dell’aria calda sputata fuori dai condizionatori – regolano il termostato su temperature artiche, e gli split vanno in tilt, non si staccano mai, o peggio ancora si staccano per pochi secondi e ripartono, così per tutta la notte. Lui batte sulla parete, urla insulti, ma di là dal muro non capiscono qual è il problema, pensano di avere a che fare con qualche squilibrato, vaglielo a spiegare che solo un mattoncino sottile come un wafer, che era già lì quando è nato Benvenuto Cellini, separa i loro esasperanti rumori elettronici dalla vita degli abitanti dell’appartamento accanto. Quando ormai il sonno è perduto, lei prende un plaid e va a sdraiarsi sulla brandina del guardaroba, che è rimasto l’unico spazio protetto della casa. Ma il sollievo che subito prova ritrovando il silenzio è rovinato dal pensiero che non c’è posto per tutti e due, e le dispiace lasciarlo di là a macerarsi per quel zzzzz brrrr zzzzz vvvvv che proviene dalla parete proprio al di là della sua testa e che lo manda fuori di cervello. Nemmeno i tappi di cera funzionano per quel tipo di rumore, che ha una frequenza micidiale, bisogna cacciarli troppo in profondità e la mattina fanno male le orecchie. Dormire sui divani del soggiorno è impensabile, da quella parte di notte sale l’ululo della piazza che dura fino alle ore piccole, imperversano gli schiamazzi della movida selvaggia, incomprensibilmente abbandonata a sé stessa, in balia della deriva alcolica.

Nel tentativo di spiegarsi come mai le cose abbiano preso quella piega, si dicono che deve essere un po’ come in quei negozi dove la musica viene tenuta alta apposta per attrarre un certo tipo di clientela e respingerne altra. Che liberare il centro dai fastidiosi residenti con tutte le loro pretese è il vero obbiettivo finale di chi vede la città come terra di conquista. Nei mesi da bollino rosso, in primavera e in autunno – ma ormai tutto l’anno a dire il vero – si vive sotto fuochi incrociati: schiamazzi dalla piazza e trambusto al di là delle pareti, dove gli ospiti si intrattengono nei loro appartamenti temporanei affittati a caro prezzo. E per buon peso capita pure di sorbirsi una telefonata transoceanica in piena notte, fatta a voce molto alta, verso chissà quale paese con chissà che fuso orario.

Almeno un tempo c’erano gli affittacamere a tenere a bada i comportamenti degli inquilini, oggi invece siamo in ostaggio delle piattaforme – rumina amaro lui. Questa storia delle piattaforme digitali lo sta facendo impazzire di rabbia. Non si capacita di come una cittadina dove fino a venti anni fa era ancora piacevole vivere, e che comunque era la sua città, si sia potuta trasformare in un simile delirio. Ogni appartamento adibito ad uso turistico – stravolgendo la struttura originaria di vecchi edifici del centro che in teoria non avrebbero nemmeno l’agibilità – ha una sua specifica maniera di essere molesto.

Nell’appartamento confinante sul lato ovest frullano di continuo i motorini di areazione   dei due bagni sorti a ridosso della parete perimetrale, e l’idromassaggio gorgoglia soddisfatto. Perché si sa che la principale occupazione dei turisti quando rincasano è ristorarsi con lunghe docce, e che sono ghiotti di idromassaggi. Ci sono ore infelici in cui tutte le autoclavi e i condizionatori e gli impianti di areazione dei bagni ricavati nel cuore degli edifici si attivano insieme, e sembra di essere in un film di guerra quando gli elicotteri si alzano per andare in missione. E loro due stringono i denti dal desiderio che avrebbero di buttare giù i muri e andare a rimettere le cose a posto, e invece si devono accontentare di attaccarsi alla boccetta dell’ansiolitico. Anche il lato della cucina, quello che dà sulla corte interna e che è così tranquillo di giorno, di sera è stravolto dai potenti camini e delle pompe di ventilazione dei ristoranti e delle pizzerie che sparano verso il cielo rombi potenti come navi in partenza.

Quanto agli appartamenti sottostanti, all’interno del loro stabile, è soprattutto il chiasso proveniente dalle scale a disturbare, e il rullio dei trolley, tric tric tric, e il tonfo delle porte che sbattono, sbammm!, e il via vai di gente sconosciuta che perlopiù non si preoccupa neanche di salutare. E le volte che gli ospiti arrivano in anticipo e non trovano nessuno ad accoglierli, subito si attaccano al loro campanello, che è l’unico che risponde.

Ormai sono circondati. E così una paura si è insinuata in loro: che possa ancora accadere di peggio. Che al posto del forno storico che si è trasferito e che la mattina profumava l’aria con un divino odore di pane, apra una di quelle atroci trattorie di bistecche “alla fiorentina” che esibiscono quarti di manzo in vetrina, che da un giorno all’altro sono spuntate come funghi alla faccia del global warming e delle raccomandazioni dell’ONU di ridurre il consumo di carne. O sennò un ristorante di sushi all you can eat accanto ai tre kebab halal già esistenti. Oppure un discobar al posto della libreria all’angolo che ha chiuso. Che installino un ripetitore di segnali telefonici sul tetto. Che piazzino un altro climatizzatore esterno accanto alla finestra della mansarda dove ce ne sono già tre. Non si fidano più. Non ne hanno ancora parlato, ma lei lo ha sorpreso a consultare i siti delle agenzie immobiliari, e anche se non sono ancora pronti a gettare la spugna, sanno che non resisteranno per molto. L’ansia e la frustrazione li stanno intossicando.

Quell’appartamento che è costato tutti i loro risparmi e venti anni di mutuo, su cui non hanno avuto il minimo dubbio appena lo hanno visto, che era il loro orgoglio, con quegli affacci meravigliosi sul Duomo e le Cappelle Medicee, quello che credevano fosse la casa della vita, adesso è in pericolo nei loro cuori. Non è più il loro nido, il loro approdo, il testimone della loro vita insieme, a cui era così bello e così facile tornare dopo un giro in centro per negozi, una passeggiata a Boboli o alle Cascine, una cena da amici, un cinema. Ora è diventato una specie di trincea. Ogni novità potrebbe essere quella fatale che li spingerà via, verso uno dei quartieri periferici che non avevano nemmeno mai preso in considerazione. Ma almeno ritroveranno la gente normale, non dovranno più farsi largo a gomitate fra i venti milioni di individui all’anno che transitano per il centro, indifferenti alla popolazione locale che per loro è solo un’umanità di servizio. Del resto durante il soggiorno i turisti non incrociano che guide, camerieri, tassisti, operatori di agenzie di locazione turistica per il check in e il check out, commessi, rider che consegnano il cibo a domicilio eccetera. Con altra gente non entrano in contatto, perché i residenti sono spariti. Non esistono nemmeno più i ragazzi che vanno dietro alle straniere.

Firenze non è più una città, è solo un luogo di passaggio. I pochi fiorentini che si incontrano in centro sono proprio quelli che hanno a che fare col business del turismo, ossia i fautori della piega che ha preso la città. Quelli per cui Firenze è solo una mammella da spremere. Se le capita di cogliere qualche loro conversazione per strada, mentre parlano al cellulare, immancabilmente di soldi o di ristrutturazioni, a voce alta e pieni di sé, non può fare a meno di  guardarli storto. Vorrebbe che capissero che c’è qualcosa di molto sbagliato in questo modo di depredare la città. O che almeno venisse loro qualche scrupolo. Ma invece di metterli in imbarazzo, riceve in cambio un’occhiata strafottente, come a dire: Cosa stai a gufare, tanto non ci puoi fare niente, è il turismo, bellezza!  

 

 

 

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