IL GIRO SUL MONTE SERRA di Don Antonio Cecconi

 

Quando le pale meccaniche cominciarono a intaccare i fianchi del Monte Serra, prima da Buti e poi da Calci, la fantasia dei ciclofili/ciclomani andò subito al punto: sarà una salita da Giro d’Italia. Perché una strada esisteva già, da Agnano a Santallago, proprietà privata della tenuta Tobler che la Rai aveva completato per raggiungere i 918 metri del Monte Serra, massima altezza del monte “per cui i pisani veder Lucca non po’nno”, e collocarvi i ripetitori TV nei primi anni ’50. Ma era una strada privata, sterrata, percorribile solo dai mezzi autorizzati.

A portarci i corridori ci pensarono per primi i butesi, quando la strada da Calci non c’era ancora, con la cronoscalata Buti – Monte Serra a metà anni ’60, gara per dilettanti vinta dal lombardo Di Caterina che si impose su due ottimi scalatori toscani: Primo Mori (che da professionista avrebbe conquistato una tappa al Tour) e Carlo Baglini.

L’accesso dal versante calcesano fu realizzato collegando il tracciato esistente, all’altezza di Prato a Ceragiola, con la strada che da Calci saliva all’abitato di Tre Colli, costeggiata da mulini e frantoi. A quel punto il Monte Serra era pronto per diventare una salita da gran premio della montagna di prima categoria, senza il fascino di un passo dolomitico ma pur sempre una salita impegnativa, capace di esaltare i più forti arrampicatori.

Il merito di aver portato il Giro sul Monte Serra se lo attribuiva Ettore, il barbiere di Ghezzano: un giorno gli entrò in bottega a farsi fare la barba Vincenzo Torriani, storico direttore della corsa, e mentre lo insaponava gli raccontò le caratteristiche della nuova salita. Che l’episodio sia vero o presunto, attesta come il ciclismo sia (o sia stato) pane quotidiano di discussione in tutti i luoghi di ritrovo paesani: i bar e, appunto, i barbieri.

Sta di fatto che dal Monte Serra il Giro ci passò davvero: anno 1970, quattordicesima tappa, 218 chilometri da Faenza a Casciana Terme e maglia rosa già saldamente sulle di Eddy Merckx, che si appresta a vincere il secondo dei suoi cinque Giri. Per il traguardo di giornata è partita una fuga da lontano, ne sono protagonisti Vittorio Urbani della Filotex e Giancarlo Polidori della Scic. Urbani si arrende nel tratto più duro della salita, Polidori scollina in solitudine e si lancia verso il traguardo. Il forte atleta marchigiano non è nuovo a traguardi importanti, è già stato campione italiano dei dilettanti e da professionista otterrà ventiquattro vittorie, ma quella volta il sogno sfuma all’ultimo chilometro. Lo spunto vincente è di Michele Dancelli, gran cacciatore di traguardi di giornata, che anticipa di pochi secondi i belgi Vandenbossche e Godefrot.

L’anno seguente il Giro torna a far tappa a Casciana, arrivando da San Vincenzo per l’ottava frazione. Non c’è Merckx e il favorito per la vittoria finale è Gimondi, che però alzerà bandiera bianca e sul gradino più alto del podio sale lo svedese Josta Pettersson, primo di quattro fratelli ciclisti che da dilettanti hanno fatto meraviglie nelle cronometro a squadre. Quel giorno in maglia rosa c’è il trentino Aldo Moser, il più anziano di un’altra serie di fratelli in bicicletta tra cui l’immenso Francesco. Sul Monte Serra i grandi non si danno battaglia, si avvantaggia un gruppetto e la vittoria arride al vicentino Romano Tumellero, autore di un colpo di mano nel finale. La maglia rosa cambia padrone, la indossa Claudio Michelotto, altro trentino che da dilettante si è fatto le ossa in Toscana.

I due passaggi dal Serra, nonostante si tratti di una salita impegnativa, non produssero quella selezione che i tifosi, accorsi in gran numero, si aspettavano. Probabilmente perché la distanza dal valico all’arrivo era tale da scoraggiare atleti forti sì in salita, ma spesso non eccellenti passisti. Comunque non c’è due senza tre, la corsa rosa ritorna sul percorso da Calci a Buti e quella volta l’ascensione si rivela decisiva. È la quarta tappa, 183 chilometri da La Spezia a Cascina, l’era Merckx è finita e molti atleti – a cominciare da Moser, Baronchelli e il giovanissimo Saronni – sperano di arrivare in maglia rosa al traguardo finale di Milano. Ma sarà un altro belga a metterli nel sacco: Johan De Muynck proprio sulle rampe del Monte Serra stacca tutti e, anche in virtù di un arrivo questa volta poco distante dal gran premio della montagna, conclude la tappa in solitudine. Moser vince la volata degli inseguitori a 52 secondi. Il belga, vincitore di giornata e maglia rosa, la conserverà fino all’ultima tappa. Secondo in classifica sarà Baronchelli distanziato di 59 secondi: come dire che De Muynck ha costruito la vittoria finale proprio sul Monte Serra.

Il racconto delle tre giornate non è possibile chiuderlo qui. Il dato tecnico, le schede degli annali del ciclismo piene zeppe di tappe, ordini di arrivo, distacchi, squadre di appartenenza e quant’altro resterebbero qualcosa di arido senza la cornice, l’atmosfera, le sensazioni, le passioni, gli odori e tutto ciò che fa diventare il ciclismo un evento magico, che rende il passaggio da un paese o da una montagna qualcosa di memorabile, la gara un’avventura capace di mobilitare un popolo, suscitare entusiasmi, scatenare dispute accanite tra tifosi.

Ho vissuto in prima persona, ai bordi della strada, quei tre passaggi della corsa rosa sul Monte Serra di cui ho tentato il resoconto agonistico. Ma mi è caro soprattutto ritornare con la mente e con il cuore a quei tre memorabili giorni. La prima cosa da dire è che quelle tappe e un’infinita altra serie di corse le ho vissute a bordo strada a fianco di Alberto, mio padre. Fu lui a trasmettermi un amore appassionato e insieme sobrio per il ciclismo, narrandomi imprese del passato e muovendo tante nostre gite a bordo della prima automobile, una Fiat 600, verso luoghi che diventavano racconto vivo di uomini, vittorie, sconfitte, borracce consegnate al corridore amico, fughe riuscite o andate male… Imprese vive nella memoria di lui che ne era stato spettatore in gioventù, o presenze reali e palpitanti davanti ai miei occhi di ragazzo, sensazioni ed emozioni vissute in diretta al cospetto di campioni e comprimari, quel contatto fisico alle partenze e agli arrivi che nessun’altra disciplina sportiva ti può dare con la stessa intensità, lo struggimento in attesa del passaggio dei corridori, la speranza di scorgere in testa il campione di cui sei tifoso oppure il ragazzo di paese che se continua così potrebbe diventare professionista.

Avrei poi scoperto i racconti usciti dalla penna di scrittori di prima grandezza, che si fecero umili cronisti nella carovana della corsa rosa: Vasco Pratolini, Anna Maria Ortese, Dino Buzzati, Alfonso Gatto. L’arrivo della seconda tappa di questo Giro a Fucecchio colloca sul gradino più alto di questo ideale podio letterario Indro Montanelli, inviato del Corriere della Sera nei Giri del ’47 e ’48 riuscendo a trasformare le cronache sportive in uno straordinario osservatorio della vita quotidiana dell’Italia attraversata, raccontata insieme alla corsa. Ripropongo soltanto uno dei suoi tanti efficaci ritratti, quello dei due atleti che sono la quintessenza del ciclismo: “Coppi beve sciampagna e mangia banane. Bartali mangia fagioli e beve vino rosso. Bartali corre in bicicletta per comprarsi un’automobile; Coppi è tornato alla bicicletta dopo essersi stufato a correre in automobile”.

Ritorno sulla strada del Monte Serra, nel punto esatto da cui si potevano scorgere i corridori fin dal loro passaggio nell’abitato di Calci per poi vederli riapparire in località San Bernardo e seguirli pedalata dopo pedalata fino a trovarseli davanti agli occhi. Nel ’70 e nel ’71 ero in seminario, primi due anni di teologia, autorizzato dai superiori a un giorno di vacanza ciclistica. Una delle due volte era giorno di esami, e come sempre succede nessuno vorrebbe essere interrogato per primo, per farsi dire che tipo di domande fa il professore, di quale umore è… Ma io quella mattina non mi peritai a entrare avanti a tutti, più del voto che avrei preso mi premeva essere sul percorso del Giro prima possibile. Uno spettatore esperto va alla corsa attrezzato di almeno di tre cose: berrettino da ciclista, meglio se di una squadra importante; borracce per ristorare i corridori; copia della Gazzetta dello Sport aperta alla pagina della tabelle di marcia e dei numeri degli atleti in gara. Il tutto accompagnato da abbondanti cibarie (immancabili le uova sode) e bevande. All’attrezzatura di base, nelle giornate più calde il babbo aggiungeva una tanica d’acqua e un pentolino dal manico abbastanza lungo, per meglio rinfrescare gli atleti. Che in salita arrivano sgranati e ti danno la possibilità di chiedere a ciascuno: “La vuoi l’acqua?”. Fu nell’esecuzione di quel rituale che rischiò di avvenire il fattaccio: in mezzo agli atleti in ritardo veniva su un cicloamatore desideroso di sentirsi uguale ai professionisti, che arrancava dimenando il capo. Io interpretai quel gesto come assenso alla mia offerta d’acqua e irrorai abbondantemente il finto concorrente. Il quale prontamente scese dalla bici e mi venne addosso con fare minaccioso, accusandomi di avergli causato non so bene quale danno. Per fortuna mani amiche mi sottrassero all’ira funesta del prode pedalatore.

Da un episodio tragicomico passo invece a un ricordo amaro, questo sì intriso di autentica tragedia, legato alla tappa del ’78. Anche quell’anno i tornanti del Monte Serra erano affollati di gente, ma non c’erano il clima di festa e la generale allegria delle altre due volte per un ben preciso motivo: il giorno prima le Brigate Rosse avevano fatto trovare in via Caetani il cadavere di Aldo Moro. Non c’era voglia di sfogliare la Gazzetta per documentarsi sulla tappa, gli occhi e la mente erano presi dalle cronache della violenza con cui quei criminali dilettanti della rivoluzione avevano ucciso una persona mite, un politico intelligente, quello che forse sapeva guardare avanti più di tutti gli altri. Poi la corsa arrivò, i corridori destarono come sempre ammirazione ed entusiasmo, ma il dolore e l’amarezza restarono nell’aria quasi palpabili.

Adesso, nell’anno del Signore 2019, il Monte Serra è percorso da un altro dolore, conosce un’altra amarezza e offre a chi lo percorre altre ferite. Di diversa natura, ma anch’esse tali da inquietare, addolorare, sconvolgere. Quello che fu teatro di imprese dei “giganti della strada” è adesso scenario di morte, che trasmette desolazione e smarrimento, insieme al dubbio atroce per un futuro difficile da immaginare. I fianchi della montagna sono tizzoni spenti, cenere, sterpaglie, sassi dilavati, pini che non daranno più ombra, castagni e olivi incapaci di regalare i loro buoni frutti. Molto c’è da fare perché il monte riviva, per riavere un po’ di quel che poche ore di fuoco hanno portato bisognerà contare il tempo in decenni.

A mitigare il dolore, ad alimentare un po’ di speranza, da amante del monte e passionista del ciclismo, oso formulare un desiderio: che tra un anno una tappa del Giro d’Italia passi da Calci e salga il Monte Serra, per poi discendere verso Buti, oppure verso Lucca. Non importa se l’arrivo sarà lontano, più della vicenda agonistica farà bene a tutta la gente che vive alle pendici di questo monte, in primo luogo alle famiglie che hanno perso le case e gli oliveti, il calore umano e la passione sportiva di una carovana contagiosa di speranza, di voglia di futuro, di umanità autentica, di amore e passione per le cose buone e giuste della vita.

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