ORA E SEMPRE RESISTENZA di Giulio Rosa

Lo squadrismo fascista di questi giorni rende attuale un articolo che pubblicammo due anni fa sul Grandevetro e che qui ripropongo. Il 2019 fu l’anno della fascinazione, per i mass media, da parte del caporale della destra (lui ama farsi chiamare capitano). E’ impressionante come gli avvenimenti di questi anni sembrino ripercorrere quelli degli anni dell’affermazione del fascismo. Rispetto a due anni fa, l’argomentario della destra neofascista si è aggiornato: il brodo di coltura demagogico acquisisce no green pass e no vax come nuovi ingredienti, ma la logica resta quella della vittoria mutilata e del reducismo di cento anni fa. Gli assalti squadristi a luoghi simbolici della vita civile e politica costituiscono l’elemento che – nell’attuale fase storica – non si era ancora visto con la drammatica chiarezza di questi giorni. Essi integrano la strategia della destra reazionaria (economica e politica): le azioni nell’ambito istituzionale e quelle eversive si sviluppano per vie parallele e gli agenti possono essere tra loro sconnessi e in contraddizione reciproca, ma sono oggettivamente convergenti verso l’obiettivo di uno stato totalitario, secondo lo schema classico che la storia ci ricorda. (g.r.) 10 ottobre 2021

I numeri si comportano in modo bizzarro. Per puro caso, naturalmente. Per caso ci troviamo a ricordare svariati anniversari tondi di eventi storici dello scorso secolo – tra loro correlati in modo causale – che ancora oggi producono effetti che ci mettono nella necessità di ricordare quegli anni e quegli eventi: quasi un faro, un punto di origine, che proietta la sua luce nel futuro. Se il determinismo è superato nelle scienze (dio gioca a dadi, pare) figuriamoci se possiamo applicarlo allo scorrere della storia: il caso vuole, però, che i fatti di ieri si stiano riproponendo in forme simili oggi, salvo qualche variante peggiorativa, in modo che gli sviluppi futuri siano più agevolmente prevedibili.

Modesti politici italiani si arrovellano su quale sia il momento più opportuno (per il proprio personale futuro) per consegnare il paese nelle mani del rampante caporale della destra reazionaria, con la prospettiva di stare – indignati e comodi – all’opposizione, in vista di una sicura rivincita.

D’altro canto, pensosi opinionisti e maestri del pensiero progressista ci rassicurano sul fatto che la nostra è una democrazia solidissima e che non c’è nessun pericolo fascista. Secondo questa scuola di pensiero (chiamiamola così per comodità) il caporale sarebbe un moderato che adopera argomenti estremisti per raccogliere consensi.

Queste opinioni mainstream convergono nell’illusione di ridersela domani quando, alla prova dei fatti, il caporale avrà fallito e subirà una cocente sconfitta elettorale. La sindrome di Candide colpisce ancora.

La luce del faro della storia, attraversandoci oggi, quali immagini proietta verso il domani? Esiste il pericolo di un nuovo fascismo? In quali forme si vuole superare l’assetto liberaldemocratico? Quanto è ampio il rischio di questa devastazione?

Sta scritto che «ogni epoca ha il suo fascismo» e che «il fascismo è eterno».

La sua peculiarità si esprime nei contenuti ideologici e nei comportamenti dei fascisti nell’ambito della vita sociale e politica. L’aspirante caporale degli Italiani è fascista come tratto culturale di base, come modi espressivi, per la sua violenza e per le sue continue, provocatorie, ossessionanti affermazioni anticostituzionali.

Il totalitarismo è un tratto connotante del fascismo e il caporale ne fa una – dissimulata ma continua – apologia, arrivando all’esplicita previsione, per sé, dei «pieni poteri». Presentando la sua nuova (ma stantia) alleanza, l’ha definita coalizione degli italiani, escludendo, quindi, dal corpo nazionale chi non vi aderisce. In un comizio chiedeva ai propri sostenitori lì presenti di «essere autorizzato da voi a trattare in Europa, non come ministro, non come capopartito, ma come rappresentante di sessanta milioni di Italiani». È evidente che, se qualcuno pretende di rappresentare tutti, chi non si sente rappresentato va eliminato, perché i conti tornino. La logica è quella del noi contro loro, quella della guerra agli estranei per razza, nazione o per posizione culturale e politica.

Il totalitarismo è l’esito certo e necessario dell’affermazione della destra reazionaria, ovunque si manifesti.

È straordinaria la similitudine tra il percorso della destra reazionaria italiana di questi giorni e quella fascista tra il Diciannove e il Ventidue del Novecento. Le politiche europee sono la mutazione della vittoria mutilata, le élite e i radical chic lo sono dei plutocrati democratici, le orde di immigrati sono il nemico come lo furono quelle bolsceviche. Come già fu per quella fascista, nella propaganda reazionaria di oggi c’è un boccone per ognuno degli strati sociali destinatari: ognuno prende quello che gli va. Il fascismo nacque sulle posizioni – si direbbe oggi – populiste di Piazza San Sepolcro. Fallì clamorosamente la prima prova elettorale, ma entrò in parlamento in quella successiva, sospinto anche dal vento del conformismo, dell’opportunismo e della stupidità di gran parte dei politici e del mondo liberale, egemonizzato dalle forze strutturalmente reazionarie della società italiana. Ma ebbe bisogno anche di un vettore istituzionale: il governo di coalizione con gruppi democratici. Dopo, non ci furono più elezioni democratiche. Una strategia ripercorsa dai nazisti nella loro affermazione: dopo un putsch fallito, dopo una sonora sconfitta elettorale, moderarono i toni, allargarono progressivamente il consenso elettorale e, in carrozza con il cattolico di destra Von Papen e con il presidente Hinderburg si presero il governo. Naturalmente non ci furono più elezioni democratiche.

È straordinario che i brillanti opinionisti e gli astuti politici che si oppongono al caporale si illudano che nulla cambi sul piano istituzionale con la vittoria di questa destra: col controllo della comunicazione di massa e con modifiche legislative (ordinarie e costituzionali) non consentirà avvicendamenti. Già ora scontiamo una indecorosa fascinazione di troppi opinionisti nei confronti del caporale, definito via via bravissimo, sicuro, che sa dare la linea di cui, naturalmente, non condividono i contenuti. Che peccato, quanta intelligenza del mondo sprecata!

Sicuramente non è un caso che sia Mussolini che il suo aspirante epigono siano accomunati da maldicenze su affari e relazioni con poteri stranieri, più accentuati nel caso dei nostri giorni. Anche su questo il pensiero (continuiamo a chiamarlo così, per comodità) mainstream è cieco, ottenebrato dalla propria autoreferenzialità. Nel caso del caporale, il punto non sono i dollari o il petrolio, come fu – invece – per il rapporto Mussolini-Sinclair Oil, bensì l’adesione, personale e di partito, al piano della strana coppia Putin-Trump, accomunata da un obiettivo strategico: la dissoluzione dell’Unione Europea. La Lega sola o egemone al governo porterebbe al collasso del debito sovrano italiano e, come conseguenza naturale in una reazione a catena, alla dissoluzione dell’Unione. Questo è l’obiettivo strategico, dichiarato, della Lega. Con o senza il caso Metropol. D’altra parte, il caporale si è più volte ispirato a Putin, che nella sua intervista/manifesto al Financial Times ha considerato la «cosiddetta idea liberale […] esaurita» e responsabile di uccisioni, saccheggi e stupri da parte degli immigrati, ribadendo gli slogan tipici della propaganda reazionaria europea e nordamericana. La Lega, evidentemente, aderisce a un progetto esplicitamente avverso alle linee strategiche e agli interessi nazionali italiani.

Da ciò deriva la totale indifferenza del caporale rispetto al futuro socioeconomico del Paese. Da ciò deriva, per necessità logica e storica, l’instaurazione di un regime totalitario. Da ciò deriva l’illusorietà di una rivincita elettorale da parte dei suoi accondiscendenti avversari.

In Europa fenomeni anticipatori si sono già manifestati: il gruppo di Visegrad costituisce un corpo estraneo rispetto ai regimi liberaldemocratici europei. In Polonia e in Ungheria si vanno costituendo regimi totalitari, con largo appoggio popolare. Nella stessa ondata nera si incanalano corposi movimenti neofascisti e neonazisti nelle grandi democrazie europee.

Il contesto internazionale, rispetto al Diciannove, al Ventinove e al Trentanove, risulta del tutto mutato. Allo scoppio della guerra e – ancor più – successivamente, nonostante i tentativi di Hitler di rompere il fronte avversario, l’Asse si scontrò con un’ampia alleanza , in un conflitto tra sistemi politici, oltre che tra potenze nazionali.

Oggi le cose non stanno così. In modo esemplare, negli Stati Uniti e – duole dirlo – nel Regno Unito, si affermano forze governative di matrice e intenti illiberali che costruiscono il loro successo con una propaganda martellante e mistificatoria su larghi strati di popolo artificiosamente impauriti ma realmente depauperati rispetto al benessere degli Anni d’Oro.

Da Londra la stampa ci rimanda voci e immagini impensabili fino a ieri.

In un venerdì di settembre di questo Duemiladiciannove il Times rilancia l’avvertimento di un membro del governo: “Attuare la Brexit o affrontare tumulti popolari”. Nello stesso mese di settembre, fa il giro del mondo la foto di un influente ministro brexiter mollemente disteso su di un sedile verde dei Comuni, irriguardoso nei confronti dell’istituzione, rappresentando la metafora della fine della democrazia rappresentativa e del modello liberaldemocratico.

A tal proposito, in Italia si sostiene, da parte dei proprietari dell’universo stellato, che la fine della democrazia rappresentativa è prossima e che il governo delle nazioni passerà direttamente al popolo, con un clic: dal dibattito aperto nell’agorà, al plebiscito elettronico. Questa posizione è diversa ma complementare rispetto al progetto neofascista, con un punto certo di congiunzione: la vocazione totalitaria.

Tutto può succedere. Resta l’imperativo categorico, lascito morale prima ancora che politico, del giornale di Carlo Rosselli: NON MOLLARE(chiuso in redazione il 31 ottobre 2019)

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