BELLEZZA E BICICLETTA di Gian Paolo Ormezzano

Eccezionale anteprima dal Grandevetro 240 sul Ciclismo, l’editoriale di Gian Paolo Ormezzano, amico di lunga data, che ringraziamo di questo regalo con … un brindisi, e lui sa perché.

BELLEZZA E BICICLETTA

Devo ricorrere alla prima persona singolare, da me evitata quasi sempre nel mio giornalismo sportivo datato 1953 e da me proibita, oltre che a me stesso, ai miei redattori quando dirigevo Tuttosport, devo perché quello che scrivo qui è molto personale e magari anche un po’matto: quindi mi tocca assumermene le responsabilità senza cercare nessun coinvolgimento corale di lettori e magari colleghi con la popolaresca prima persona plurale.

Premessa:  per Tuttosport, La Stampa e all’ultimo la Rai ho seguito 28 Giri d’Italia e 15 Tour de France (chissà perché si scrive Giri al plurale e Tour al singolare, anziché Tours?), dunque devo tantissimo al ciclismo, che mi ha segnato persino più delle mie 25 Olimpiadi, fra estive ed invernali, temo ancora pesante nonché arteriosclerotico record del mondo giornalistico sportivo. Sono diventato (1974) direttore di un quotidiano sportivo senza avere mai, dico mai raccontato sul giornale una partita di calcio. Devo moltissimo al reportage, all’alba del 1960, sulla morte di Fausto Coppi, quando al giornale si sono accorti di me… In giro mi riconoscono ancora per uno attivo al “Processo alla tappa”, visto che al Giro Sergio Zavoli mi chiamava spesso sul palco per la televisione del dopocorsa (poi c ‘è stato anche  “90° Minuto”, calcio, ma per questa esperienza vengo casomai interpellato con curiosità e non con complicità. Sto vivendo da testimone del passato un anno 2019 molto itinerante per via delle celebrazioni legate ai cento anni dalla nascita del Campionissimo (15 settembre 1919), oltre che per i settanta anni dalla Superga del mio Toro. Tifosissimo di Fausto Coppi, io che sono stato vero, direi profondo amico di Gino Bartali, del quale fra l’altro ho illustrato fra i primi, addirittura con una commedia, i trascorsi lungamente che lui voleva segreti da coraggioso partigiano in bicicletta fra i nazisti che occupavano l’Italia: proprio quel Bartali scoperto poi da Israele e promosso fra i Giusti.

E se adesso, a 83 anni compiuti anzi suonati, mi toccasse scegliere un reportage fra tutti, su tutti, dire il Tour de France, dove davvero credo di avere espletato al meglio e comunque al mio massimo, aiutato anche dalla mia francofonia e dall’amore per la terra della liberté-égalité-fraternité, il compito del giornalista antiquo, del giornalista “d’antan”: andare, vedere, raccontare. Perché il Tour è la meglio gente del ciclismo, è una nazione opima, ricca, che si ferma per il rito di veder passare i corridori (da più di trent’anni manca al Tour la vittoria finale di un francese, ma la folla sulle sue strade continua a crescere), è Dalida che, icona canora di un grande paese, tiene concertissimi serali nelle sedi di tappa e però di pomeriggio passa in sala-stampa per parlare in italiano, la sua lingua madre, con un giovane giornalista, è ressa e rissa nelle redazioni d’oltr’Alpe per essere mandati alla corsa gialla, mentre in Italia si fatica a trovare un giovane bravo giornalista che abbia davvero voglia di sorbirsi il Giro.

Fine della premessa.

Su queste basi di conoscenza-consuetudine-riconoscenza-amore per uno sport voglio e devo scrivere che non solo il ciclismo non è in crisi, come pure va di moda dire e scrivere in Italia, dove forse siamo persino più sofisticati che ignoranti, ma è il primo sport al mondo. E per primato intendo anche quello di pratica, diffusione, popolarità, non soltanto di ferma, intensa e stabile valenza sentimentale, inquieta ma attenta valenza ecologica, costante valenza tecnologica: “doti” peraltro esistenti ed importanti nel ciclismo attuale ancora più che in quello di un tempo,quando l’aspetto poetico, epico nonché fachiristico, prevaleva su tutto..

In Italia il ciclismo che non sia quello del Giro o – per un paio di giorni, vigilia e gara – delle corse classiche (dette da qualche anno corse monumento, facendo dell’antiquariato presunto glorioso), ha visto ristretti eccome i suoi spazi, a pro si capisce del calcio, sui quotidiani sportivi, compresa La Gazzetta dello Sport, che pure ha trascorsi ciclistici storici enormi. Nelle pagine sportive dei giornali politici la rubrica ciclistica è  addirittura ridotta spesso a poche righe, un titolino, una finestrella, un angolino nel panorama pallonaro. E Salvini che io sappia non ha ancora indossato una felpa dedicata alle corse in bicicletta. Le cause? Ci sono, si sanno, la prima è che noi italiani (quorum ego, io uno di loro, come scriveva Gianni Brera, grande anche nel ciclismo) siamo assai meno intelligenti di quel che pensiamo e di quel che la storia vuole farci credere. Basta, però: qui si parla di ciclismo che vive alla grande.

Dunque: il ciclismo è ormai praticato dodici mesi su dodici, avendo la sua gente pedalante ”scoperto” l’altro emisfero, cioè il sole d’inverno. e terre calde sempre ovunque (vedasi il Giro degli Emirati Arabi che ha inaugurato questa stagione). Una volta le squadre si allenavano d’inverno sulla freddina Riviera ligure (la Costa Azzurra le snobbava), adesso vanno in Australia o alle Maldive, in Sudafrica o alle Mauritius.

Il ciclismo, strada e pista, è sport ormai praticato nei cinque continenti: Europa sempre, America sempre più (Sudamerica da tempo, Nordamerica alla grande da poco, dal Tour di LeMond e Armstrong, anche se proprio agli inizi del Novecento ci furono da quelle parti grandi fasti della pista, specialmente con le Sei Giorni), Australia come il Nordamerica, Asia “in arrivo” con giapponesi e presto cinesi, Africa presente nonostante problemi di  fame.

Il ciclismo è praticato da uomini e da donne, queste ultime presenti come in poche altre discipline sportive: Usa e Canada ormai stanno con Olanda, Germania, Francia e anche Italia e Russia e repubbliche baltiche per una pratica femminile vasta, intanto che sono in arrivo le cinesi.

Il ciclismo è ecologia forte e pura contro la motorizzazione, l’inquinamento, la polluzione, la tirannia del petrolio. E’ giustamente esaltato come arma contro il traffico esiziale. L’avvenire salutistico è suo, lo si può scrivere senza enfasi.

Il ciclismo gode del riscaldamento del pianeta: sempre meno freddo, sempre più giorni caldi per pedalare e intanto abiti sempre più validi, sempre meglio studiati per eventuali rigori del clima.

Il ciclismo riscopre i velodromi, come luoghi cittadini per la pratica della fitness, e intanto si ritaglia sempre più spazi nelle città, con le piste ciclabili, mentre si organizza, si mobilita per avere, specie fuori città, “protezione” giuridica nella circolazione con e non contro le automobili.

Il ciclismo gode della tecnologia (si pensi alla pedalata elettricamente assistita), per salitelle e cavalcavia anche e specialmente nelle città, ha biciclette prodotte con sempre migIiori accorgimenti, leggere e maneggevoli e resistenti e tecnologicamente avanzatissime. Possono anche costare molto. Fiorenzo Magni, il terzo uomo al tempo di Bartali e Coppi, un giorno mi disse da ex: ”Ora vendo auto, una volta regalavo una bicicletta a chi comprava un’auto, adesso quasi quasi regalo un’auto a chi compra una bicicletta”. Importante: pedalando si consumano soprattutto calorie, cosa consigliata dalla medicina: essì, il ciclismo è salute a portata di gamba.

Il ciclismo vive agonisticamente con tante specialità, ormai: pista, strada, mountain-bike, cross, gare di acrobazie varie (bmx eccetera). E il cicloturismo, con finalità sportive importanti ma non asfissianti, è un fenomeno mondiale in enorme sviluppo, coinvolgente anche l’altra metà del cielo e muovendo tanti ma tanti bei soldi.

Il ciclismo si offre tutto alla televisione, sia in spazi ristretti (pista e cross) che nelle campagne, sulle montagne, lungo i mari, con le corse in linea e le loro vaste spettacolari suggestioni panoramiche. E soltanto un paese citrullo come l’Italia lo rifiuta nelle strade delle grandi città, per paura di turbare il traffico becero: Parigi che è sempre Parigi si offre spettacolarmente, per l’arrivo del Tour, con il suo centro, l’Arco di Trionfo, la Concordia, i Campi Elisi. E il presidente della repubblica che festeggia il vincitore.

Il ciclismo è salute nonostante il doping, che lì è ricercato e punito, mentre in altri sport ipocriti e potenti, tipo calcio, automobilismo e tennis, esiste eccome ma viene ignorato. Personalmente, comunque, ritengo che se un Armstrong patisce un tremendo cancro con metastasi, dopo l’operazione torna alle gare e vince sette Tour de France consecutivi, smette per un bel po’, riprende e va ancora sul podio della più grande corsa, bisognerebbe studiare bene le sue pozioni, invece di demonizzarle, e usarle per curare e tonificare bambini, vecchi, malati.

Il ciclismo attuale vede le sue corse massime vinte anche da americani del Nord e del Sud, russi, australiani, bianchi africani… Una volta noi con i francesi e i belgi spadroneggiavamo nel nostro piccolo villaggio ritagliato in Europa, con ogni tanto qualche successo spagnolo o svizzero o olandese o tedesco. Adesso uno slovacco vince tre titoli mondiali professionistici su strada consecutivi, il trofeo massimo.

La pacchia nostrana è finita, ma ci viene più comodo parlare di crisi di uno sport al quale dobbiamo tanta parte della nostra storia. E darci al calcio, corrotto ma oppiaceo.

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