L’ELEMOSINA CHIESTA IN GINOCCHIO di Nino Contiliano

Caro Giovanni,

ho ricevuto e gradito il tuo messaggio di avvicinamento (mio) all’anarchia. Certo è che le due categorie – comunismo e anarchia  – hanno un nesso non facilmente dis-ambiguabile. Per quanto i distinguo logico-linguistici e tecno-politicizzanti ce la mettono tutta, l’inseparabilità è cosa da tener in conto. A PARTIRE DAL PRIMO E DAL TUO,  ho cominciato a leggere gli articoli del nuovo GRANDEVETRO. La lettura mi ha fatto riprendere coraggio circa la convinzione della necessità che il NOI di nuova generazione sia il fronte di lotta su cui bisogna insistere. Il primo articolo ( povertà e miseria…), sottolineando lo splendore vergognoso dell’ELEMOSINA CHIESTA IN GINOCCHIO,  non ha  fatto che aumentare il mio odio di classe. Un odio spinoziano-comunista contro la classe dei pochi ricchi (perché sfruttatori) che le “foto” (soggetti e modello capitalistico) in rivista, opportunamente ( e meglio di qualsiasi esposizione verbale e argomentativa), segnalate in dollari  ( come una taglia…), hanno potenziato a più non posso.

Certo la voce dei poeti non è cosa seria e di piazza per questi padroni della “miseria”, ma non per questo bisogna smettere di de-prezzarli poeticamente e augurarne l’agonia per mezzo di una rivolta-rivoluzione in azione, seppure nel caso, azione di parola. La realtà, diceva il vecchio barbuto di Treviri (che tu richiami e fai parlare nel presepe-teatro…), è un nesso chiasmatico di astratto-concreto-astratto/prassi-teoria-prassi.

nino

…….

ti lascio un testo, scritto nel 2014, sull’elemosina chiesta in ginocchio:

Chiedono un centesimo di pietà

Les années d’hivers

è vero sai hanno piaghe

li vediamo in affanno tanto

e pieghe

sono in ginocchio giovani

e vecchie

 

sono per strada e in piazza

il viso chino e palpebre abbassate

si vergognano (non tanto di loro!)

giudicano l’empietà del mondo

le pietanze in festa della città

 

giunte le mani e tese tazza vuota!

 

meglio è la mondezza degli scarti

almeno non vanno dal medico

e dal farmacista a curare le piaghe

il prete l’impreca e becco l’imbecca:

 

laudatum sì tu o Signore e madonna

povertà che di porta va in porto

e via li porta per l’aorta scoppiata

amen il suo dolce sì e così la morte!

 

2 gennaio 2014

 

2 Commenti

Rispondi a giorgio moio Annulla risposta

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*