DA COSA DIPENDE LA NOSTRA VITA? di Alfio Pellegrini

Con profondo dolore apprendiamo che è morto il nostro storico redattore Alfio Pellegrini. Quanto ci mancherà questo amico, questo compagno, il suo lucido ragionamento, la sua ironia.  Ricordarlo ci unisce in un abbraccio alla famiglia, a tutti gli amici che gli hanno voluto bene.

Questo è il suo ultimo articolo uscito sul Grandevetro  252 Terra Guerra dell’estate scorsa

DA COSA DIPENDE LA NOSTRA VITA?

Dice l’amico mio che, a vivere sulla Terra, le piante sono molto più attrezzate del Regno animale, di cui noialtri umani siamo un’infima parte. È assai probabile che abbia ragione. Così almeno, genericamente parlando, sembra anche a me. A suo mentore ha eletto Stefano Mancuso (da non confondersi con Vito). Tra le molte altre “cose” rilevanti che asserisce, questi scrive che verde bianco e blu (vegetazione, nuvole e acqua) sono la firma del nostro pianeta – un pianeta che senza piante assomiglierebbe molto alle immagini che abbiamo di Marte o di Venere, ossia a una sterile palla di roccia.

Proprio questi tre colori (verde, bianco e blu), descritti con vivezza da Louis Armstrong, il primo astronauta che mise piede sulla Luna, rendevano splendida l’alba del nostro pianeta a cui egli assistette e che gli apparve sul nero sfondo di un nulla assoluto.

Mancuso non manca di porsi interrogativi che sono anche i nostri. “Credevate – scrive – che le superpotenze fossero le vere padrone della Terra e pensavate di dipendere dai mercati di Stati Uniti, Cina e Unione Europea? […] Be’, vi sbagliavate – risponde subito perentorio, dall’alto delle sue granitiche certezze  – La Nazione delle Piante è l’unica, vera ed eterna potenza planetaria. Senza le piante – prosegue – gli animali non esisterebbero […] Grazie alla fotosintesi, le piante producono tutto l’ossigeno presente sul pianeta e tutta l’energia chimica consumata dagli altri esseri viventi. Esistiamo grazie alle piante e potremo continuare ad esistere soltanto in loro compagnia. Avere sempre chiara questa nozione ci sarebbe di grande aiuto”.

Messa in questi termini (dobbiamo ammetterlo) dargli torto è arduo per chiunque. Per quanti dubbi, in conformità con la nostra natura, possano tenerci agitati e inquieti, quelle di lui che leggiamo sono parole conclusive a cui nessuna replica è consentita. Dunque, discorso chiuso. Chi abbia altre opinioni resta appunto circoscritto in un ambito di mera chiacchiera, ma di sicuro non attinge alle scientifiche certezze, granitiche e inconfutabili. Nulla da aggiungere, niente da levare.

Stefano Mancuso ha dato al suo libro un titolo inequivocabile, La Nazione delle Piante, e un sottotitolo che suona come un suggello: Un nuovo patto per la Terra. E ha talmente a cuore il proprio argomento da stendere persino una Carta dei Diritti delle Piante in otto articoli, il terzo dei quali recita letteralmente così: “La Nazione delle Piante non riconosce le gerarchie animali, fondate su centri di comando e funzioni concentrate e favorisce democrazie vegetali diffuse e decentralizzate”. Se la questione non fosse così seria, e non volessi rischiare di essere eccessivamente irriguardoso nei confronti dell’amico mio, che certo non lo merita, mi verrebbe da dire che ho sentito a volte parlare, e ho anche parlato, di democrazie del cavolo, ma di democrazie vegetali decentralizzate e diffuse non m’era capitato mai. C’è sempre qualcosa da imparare, man mano che viviamo, e io non smetto di ritenere che solo la morte ci sottrae a ulteriori apprendimenti.

Il mio amico, lo ribadisco con tutta l’energia di cui sono capace, ha sicuramente ragione.

Ecco però che un bel giorno (si fa per dire) arriva Vladimir Putin e mette a ferro e fuoco l’Ucraina, facendo una carneficina immane. E Biden accorre in soccorso dell’aggredito Zelensky e gli fornisce armi e denaro perché nel difendersi ricambi l’aggressore con la stessa moneta. Anzi, va oltre e porta la Nato ai confini della Russia cercando di accelerare il più possibile le procedure che diano il via libera all’accoglimento dei nuovi richiedenti, Paesi Scandinavi e Finlandia. E io seguo ogni giorno almeno un po’ di tv per capire a che punto sia arrivato questo ferocissimo conflitto. Non è l’unico, intendiamoci, ma ritrovarcelo spiattellato in faccia ogni mattino dallo schermo televisivo e ribadito poi dalla stampa cartacea non solo quotidiana (devo ammetterlo) fa un certo effetto e di sicuro non permette ignoranza.

A essere sincero non riesco a provare sufficiente simpatia per Zelensky, che gode del pieno, totale sostegno dell’intero mondo occidentale, ricevendone armi e denaro. Ma sia ben chiaro, non mi sfugge che l’Ucraina è aggredita e Putin è l’aggressore.

Nemmeno Putin, voglio dire, è il mio uomo, e con i suoi atti si è reso e si sta rendendo artefice di una carneficina che dire raccapricciante è perfino troppo poco.

Non dimentico neppure, come a noi occidentali accade di frequente, le carneficine di cui siamo noi gli autori. Basti pensare alla “liberazione” del Kuwait e a tutto quello che ne seguì. Un intero esercito di miserabili male armati e affamati, nella misura in cui fosse sopravvissuto all’intenso bombardamento preventivo scatenatogli addosso, fu letteralmente sepolto vivo dall’avanzata statunitense. No, per quanto mi riesce, non voglio proprio dimenticare nulla. Ai tanti smemorati giova rammentare che anche le madrasse furono rispolverate e risollevate dagli Stati Uniti in funzione antisovietica. Fu questa la genesi del terrorismo afgano. E il terrorismo arabo è alimentato dai ricchissimi califfati mediorientali, amici loro.

Penso semmai, col papa, che la guerra è un mezzo a cui bisogna non ricorrere mai perché è sempre una sconfitta; e che a Putin dovrebbe essere suggerita una scappatoia diplomatica per uscire dal “cul de sac” in cui si è infilato, riservandosi solo in seguito di valutarne la criminalità degli atti. Non però lasciando gestire questa partita a Biden e agli Stati Uniti, che sono parte in causa (e quale parte in causa!), ma portandola su un campo neutro che sia di garanzia per tutti.

Perfino una vecchia volpe dal marcato accento tedesco come Henry Kissinger ha rimproverato a Biden di avere messo, e di star mettendo, Putin in una situazione di accerchiamento, attraverso attacchi diretti sul suolo russo, nel proposito dichiarato di sbalzarlo via.

Putin avrà anche sbagliato tutto come alcuni si ostinano a sostenere. Io non lo credo, e lo vedremo solo col trascorrere del tempo. La guerra che è stata innescata ha tutte le caratteristiche per durare a lungo e disseminerà di cadaveri l’intero territorio di gran lunga molto di più di quanto finora sia già avvenuto. Guerra vuol dire che la moltitudine dei morti sarà a carico degli esseri umani. Sarà un costo molto pesante. Troppo, anzi, qualunque ne sia il motivo dichiarato con vaghi, e non meno vani, propositi nobilitanti.

Ma ovviamente vuol dire anche che la natura stessa viene messa a ferro e fuoco. Ecco, quindi, che alla fin fine il mio amico ha ragione di nuovo. Il salto nel buio però riguarda anche la natura. La Nazione delle Piante è sotto assedio e le sue strategie difensive non ne impediscono, ahinoi, l’immane distruzione. Il sasso inerte rischia di essere una possibilità molto concreta.

Gli antichi greci erano grandi chiacchieroni (nel senso proprio, perfino alto, del termine). Vivevano all’aperto; la piazza, l’agorà, era i loro luogo prediletto. Vivevano di chiacchiere, appunto, e di grandi banchetti in cui, tra un boccone e l’altro, non finivano mai di parlare (può aiutarci a capire l’esempio di Napoli, il cui nome significa città nuova e che non a caso fu fondata nella Magna Grecia). Poi la mattina, magari qualcuno (chiamiamolo Socrate) si levava in piedi e andava a godersi nel suo chiarore e col suo fresco l’alba, tra sé e sé rimuginando i discorsi fatti e ascoltati nella buia nottata.

Della natura, insomma, non si curavano. Lo dico un po’ sbrigativamente, forse perfino esagerando. In fondo, quella greca è una storia lunga e ha anch’essa fasi varie e diverse. Se per brevità però dico che ci vivevano dentro, semplicemente – ci si capisce al volo. L’Olimpo era un monticello di cui si intravedeva, neanche molto di verde rivestita, la sommità che è piuttosto brulla. Per svelare le metamorfosi, ossia le trans-formazioni (le formazioni nuove scaturenti dalla decomposizione delle vecchie) ci sarebbe voluto un tardo latino come Ovidio. Noi siamo figli di questa cultura, che alla natura guarda con distacco. Ciò non vuol dire che abbiamo ragione; anzi, abbiamo torto senz’altro, ed è (a ben guardare) un torto grave, a cui è tempo di porre rimedio, se non vogliamo, per l’appunto, lasciarci alle spalle – quando lasceremo definitivamente questo mondo con la morte che, ci piaccia o non ci piaccia, tocca a noi tutti (faccio anch’io gli scongiuri perché avvenga il più tardi possibile) – lasciarci alle spalle le premesse inesorabili e non più emendabili di quel sasso inerte il cui “avvento” abbiamo invece il dovere assoluto di scongiurare con tutte le nostre energie.

Torniamo così al punto di partenza. Non mi nascondo dietro un dito: penso di avere anch’io le mie ragioni e non smetto di crederci. Ma ammetto che ha ragione anche il mio amico. Forse parliamo di cose diverse, che tuttavia andranno ricomposte. Per quale via maestra ancora non saprei.

1 Commento

  1. Grande Uomo saggio, coerente in tutto il suo Cammino.
    Analisi profonda e lucida
    Ho avuto la fortuna di averlo come Sindaco, Amico per alcuni anni.
    Grazie di tutto.
    Buon viaggio

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