COLORI di Marco La Rosa

G Commare Magnifica desolazione

Nella casa sulla montagna il fuoco riverberava in una pozza vermiglia, cui i volti della madre e della bambina, sedute sui bassi scranni, attingevano luce e calore. Tutto nella vasta stanza dalle pareti indefinite, e già la loro schiena, sprofondava nel buio, nel gelo e nel silenzio. La fiamma danzava negli occhi e spandeva il suo tumultuoso respiro. La bambina impugnava un lungo tralcio di salice rosso e giocava col fuoco. Poi con rapidi scatti del polso prese a frustare i confini del buio e la punta del ramo, luminoso rubino, scrisse nel vuoto un arabesco scarlatto.

“Smetti” disse la madre.

“Che vuoi?”

“Taci, ti racconto una storia”

 

Lontano lontano, in un vasto altipiano di deserti petrosi e di piccoli uomini dalla pelle di cuoio, c’era una regina che aveva una figlia dai capelli colore del rame. Il minuscolo regno, cento famiglie, viveva vendendo ai mercanti di passo lo scarso raccolto di un unico stento campo cretoso, fiorito di zafferani screziati. Un principe in sella a un sauro focato venne un giorno alla reggia e stupì agli strani capelli della principessa. La regina vide le dita curate e coperte di anelli e porse al giovane un piatto di scorze d’arancia speziate. Lui fissava i capelli colore del rame assai più di quanto non convenisse.

“Smetti” disse la madre.

“Che vuoi?”

“Taci, ti racconto una storia”

 

Ai piedi di questo altipiano si stende un deserto di sabbia. Rub’ al Khali. Viveva là una tribù le cui donne lavavano i propri capelli con l’orina delle cammelle, fino a renderli chiari più di quelli che ammiri in mia figlia. Del colore del sole. Sole sabbia cammelli, non sapevano altro. Un giorno una nuvola di polvere chiara portò alti guerrieri dai mantelli dorati, e con loro la morte. Ridevano, uccidendo con le spade arcuate gli uomini, i vecchi, i bambini. Risparmiarono, per breve tempo, soltanto le donne. Un giovane dagli occhi innocenti giaceva con una fanciulla, nella tenda di canapa gialla, mentre la madre le stringeva la mano.

“Smetti” disse la madre.

“Che vuoi?”

“Taci, ti racconto una storia”

 

Traversato il deserto di sabbia, più lontano del deserto di rocce, c’è un deserto di acqua salata. Al di là c’è un paese di giardini incantati, di boschi silenti, di erbose radure, di alberi dai rami stillanti, di sassi muscosi come pietre di una cisterna. L’acqua percorre la terra e, invece di stare nascosta nei pozzi, cosparge le valli di specchi colore smeraldo. Dello stesso colore erano gli occhi di una giovane donna che, insieme alla madre, abitava in un castello dalle mura coperte di foglie. Piangeva, la giovane donna, e gocce dai verdi riflessi, percorse le pallide gote, bagnavano il grembo fecondato da un uomo che non tornava.

“Smetti” disse la madre.

“Che vuoi?”

“Taci, ti racconto una storia”

 

Al nord, in una terra di duro basalto a precipizio su un mare solcato da monti di ghiaccio azzurrino, il vento strappa la spuma e confonde nuvole e flutti in una nebbia turchina senza orizzonte. Quando il vento si tace, le stagioni alternano giorni d’interminato pallore a notti di cobalto infinito e la gente pianta sui morti scure croci abbracciate da un cerchio, scolpite nell’arenaria bluastra incrostata di licheni cianotici e fosforescenti. Davanti a una croce taceva una madre dai chiari capelli, e teneva per mano una bambina irrequieta dal mobile sguardo celeste.

“Smetti” disse la madre.

“Che vuoi?”

“Taci, ti racconto una storia”

 

C’è un mare dallo strano colore. Colore del vino, dice chi l’ha veduto. Non so dirti il colore del vino, né so cosa sia. Visibile solo contro il cielo violetto della fine del giorno, e non sempre, là si erge uno scoglio di porfido puro. Ci vive la regina dei morti. Una donna che voleva riavere la madre giunse in quel luogo, per incontrare la crudele regina seduta sul trono di quarzo ametista. La regina ascoltava in silenzio, e sembrava una statua. Poi, mentre la donna sentiva la vita lasciarla con le parole del proprio racconto, la madre, livida ombra, comparve.

“Smetti” disse la madre.

“Che vuoi?”

“Taci. E fuggi. Non è più tempo di storie”

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