LA RIVOLUZIONE DELLA LEGGE BASAGLIA di Chiara Sommavilla

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’intervento di una nostra lettrice, Chiara Sommavilla, sull’articolo “La salute mentale in Toscana” di Kira Pellegrini, uscito sul recente numero dedicato alla Sanità (nr 248/142).

L’articolo di K. Pellegrini affronta il tema della psichiatria a mio modo di vedere con un’impostazione di base corretta e condivisibile (stigma della società e, a volte, degli stessi operatori rispetto alla malattia mentale, critica dell’uso eccessivo di psicofarmaci, puntare all’emancipazione e consapevolezza della persona, superamento del paradigma “stabilizzazione clinica”, ecc…).

Sono stata però sollecitata a scrivere queste righe perché, avendo lavorato nei servizi psichiatrici territoriali e ospedalieri del SSN, ho trovato strano, e ingeneroso, non fare alcun riferimento al lavoro enorme svolto nella psichiatria italiana a partire dalla rivoluzionaria legge 180, cosiddetta legge Basaglia, poi riportata nella legge di riforma sanitaria nazionale 833. Legge in cui erano/sono presenti in modo assolutamente innovativo proprio gli obiettivi che nell’articolo sono considerati essenziali.    L’applicazione, difficile, faticosa ma anche entusiasmante, dei nuovi modelli di prassi psichiatrica,  benché limitata ad alcune zone del territorio italiano, creò trasformazioni tali da portare la psichiatria italiana al centro dell’interesse internazionale (delegazioni da diversi paesi europei, e non solo, venivano a confrontarsi con la innovativa impostazione teorico-clinica  di alcuni nostri Servizi Psichiatrici del SSN). L’articolo sottolinea giustamente le carenze e omissioni tuttora presenti nel SSN e regionale che, fra l’altro, riguardano anche e proprio il non aver emanato un piano attuativo delle norme presenti nella 180.

Ma non sapere o dimenticare che da qui è partita un’epoca di ribaltamento dei vecchi paradigmi sulla malattia mentale, di rivoluzionaria umanizzazione del malato mentale, di passioni sociali/politiche che inevitabilmente hanno lasciato un segno nella cultura non solo medica più progressista, è un po’ come non ricordare il 25 aprile, mai troppo “passato”…

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