SISTEMI CRIMINALI di Alessio Bellini

Sull’operazione della DDA di Firenze, riguardante le infiltrazioni della ndrangheta in Toscana, che ha portato all’arresto di 23 persone per associazione a delinquere e corruzione, tra cui dirigenti dell’Associazione conciatori  di Santa Croce sull’Arno, e che vede indagati, tra gli altri, il capo di gabinetto della Regione e la sindaca di Santa Croce, riceviamo e volentieri pubblichiamo.

E se fosse il sistema stesso a favorire i comportamenti illegali?

Se, aldilà dei reati commessi, delle varie responsabilità penali che dovranno essere accertate con rigore dalla magistratura (senza alcuna preventiva condanna degli indagati a vario livello), se oltre le improprie commistioni tra mondo imprenditoriale e politica, fosse la stessa attuale configurazione dominante a spingere verso un fare criminale?

Quando parlo di sistema non mi riferisco solo alla presunta associazione a delinquere che vedrebbe coinvolti imprenditori, amministratori pubblici, dirigenti e aziende legate alla ndrangheta.

Il tentativo è quello di guardare la luna del capitalismo e non solo il dito del presunto malaffare.

Nei giorni trascorsi mi hanno fatto molto riflettere le parole del Sindaco di Taranto, città martire del sud d’Italia.

Rinaldo Melucci, del partito democratico, intervistato il 6 aprile da un giornalista del Manifesto in merito all’ennesimo “incidente” – fortunatamente senza conseguenze per i lavoratori e la popolazione – occorso ad un altoforno dell’ex Ilva, affermava che: “la questione è prima di tutto sanitaria ed è la salute a dover orientare ogni decisione.. se il tavolo di confronto con il governo è solo sindacale non va bene perché certe ipocrisie devono essere superate…la verità è che ogni ragionamento sul futuro dell’acciaieria deve partire dall’evitare di raccontare balle: l’idea di ‘esuberi zero’ che continuano a propugnare i sindacati è impossibile. Perché la produzione sia sostenibile serve riconfigurare l’intera acciaieria.. Dopo di che è chiaro che nessuno va lasciato indietro e quindi sono il primo a dire che servono ammortizzatori sociali per tutti.  Serve tanta strada e tante risorse..ma è l’unico modo per uscire dal ricatto fra lavoro e ambiente che ora è la vertenza Ilva..Con il ciclo delle bonifiche in ottica di economia circolare i posti di lavoro da creare saranno moltissimi”.

Il sindaco oltre a chiamare in causa l’azienda – che, ricordo, ha negli anni causato migliaia di morti per tumore – e la politica nel suo complesso rivolge anche una richiesta ai sindacati. Agire quindi in modo concertato per ridurre al massimo l’impatto della necessaria “riconversione” sui lavoratori, ma partendo da una verità inaggirabile: se l’obiettivo principale è quello della salute dei cittadini le attività dell’ex Ilva vanno non solo riconvertite ma ridotte.

Sarà molto complicato, a detta del primo cittadino di Taranto, mantenere gli attuali livelli occupazionali senza un’efficace riconfigurazione del ciclo produttivo, individuando nelle bonifiche dei territori – compromessi da anni d’inquinamento – una delle parziali, e solo parziali, vie d’uscita (profittando anche delle risorse europee del Recovery Plan).

Con le dovute differenze, ritengo che un ragionamento analogo dovrebbe iniziare a farsi anche per il cosiddetto “comprensorio del cuoio e delle pelli”.

Le attività conciarie, lo sappiamo, sono fortemente inquinanti.

Quello che emerge dalle copiose intercettazioni, trasmesse pressoché istantaneamente dagli inquirenti ai quotidiani locali e nazionali, oltre agli aspetti che sarà la magistratura a dover giudicare se penalmente rilevanti, è che – nonostante i molteplici tentativi fatti per rendere i rifiuti “inerti”- i risultati siano tutto sommato scarsi e la quantità di veleni (cromo, arsenico, nichel, vari idrocarburi) nello scarto finale sia tale da configurarlo, nonostante i vari trattamenti, come rifiuto speciale da smaltire in discarica, con la lievitazione dei costi conseguenti.

Nonostante poi i notevoli investimenti – in primo luogo della parte pubblica – nei vari sistemi di mitigazione dell’impatto ambientale è sotto gli occhi di tutti, da anni, lo stato del nostro territorio: aria inquinata, polveri sottili (causati dalle attività produttive e dal traffico intenso in un fazzoletto di pochi chilometri quadrati che ha una delle più alte densità abitative a livello italiano), un fiume – l’Arno – la cui qualità delle acque è pesantemente compromessa, maleodoranze, vie di comunicazione dissestate dal continuo passaggio di auto, tir ed autotreni, aziende ad alto rischio ambientale nelle prossimità delle zone residenziali eccetera eccetera eccetera,

“Stare sul mercato”, in un settore “maturo” come quello conciario in cui la concorrenza dei “paesi in via di sviluppo” è esasperata è sempre più difficile. I costi – legati allo smaltimento dei rifiuti – diventano insostenibili per le aziende private e si scaricano all’esterno: sui cittadini e sull’ambiente.

Una situazione ideale per mafie, camorre e ndranghete, le uniche “imprese” in grado di assicurare, illegalmente – ed è sempre bene sottolinearlo – la “tenuta del comparto” (che è l’obiettivo che molti degli agenti compresi nella cosiddetta “associazione a delinquere” hanno, a mio parere, perseguito).

Tutto questo avviene “per restare sul mercato”, per il profitto e l’arricchimento certo degli imprenditori – ma contemporaneamente “per la salvaguardia dei livelli occupazionali”, e quindi delle possibilità di sopravvivenza delle migliaia di lavoratori dipendenti, operaie ed operaie, impiegate ed impiegati: gli anelli deboli che nel settore conciario e nelle attività correlate continuano a trovare il modo per continuare ad avere un’esistenza dignitosa.

E’ questo il nodo centrale che va sciolto.

E’ forse necessario iniziare a ragionare sul fatto che la quantità di lavoro disponibile, stante i limiti dell’ecosistema ed i processi di automazione in corso, è inevitabilmente destinata a diminuire.

Sempre meno saranno – e viene da dire: dovranno essere – gli impiegati in settori fortemente impattanti sull’ambiente come quello conciario.

Riconversione?

Vecchia storia, e vasto programma.

In certi ambienti si è teorizzato (nel migliore dei casi), che possibili attività parallele – e in certa parte sostitutive – delle vecchie attività conciarie fossero quelle legate allo smaltimento e alla “valorizzazione energetica” dei rifiuti.

Chi scrive si è molto impegnato, con alterne fortune, sia da amministratore che da semplice cittadino per scongiurare questo scenario.

Viene da augurarsi che le recenti attività della Direzione Investigativa Antimafia, da cui tutto è partito, abbiano contribuito – mi venga concessa una certa dose di sarcasmo – ad “arrestare” queste ipotesi di sviluppo.

E quindi si, riconversione, mobilitando tutte le energie e le intelligenze a disposizione, ma anche perseguimento di due obiettivi, tradizionalmente patrimonio della tanto vilipesa sinistra: la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e, soprattutto, un reddito universale ed incondizionato di cittadinanza che consenta a tutti di continuare a vivere in modo dignitoso nei periodi – inevitabili – di assenza di lavoro.

Proprio per evitare che il disastro causato dal meccanismo di autoperpetuazione del sistema impatti sulla carne viva dei più deboli, con riforme che, data l’enorme ricchezza privata detenuta da pochissimi, sarebbero praticabili.

Occorrerà quindi una precisa volontà politica per realizzare quelle riforme e quei provvedimenti fiscali, la patrimoniale in primo luogo sulle grandi ricchezze, per arrivare agli obiettivi di cui abbiamo scritto.

Ma niente, è la convinzione di chi scrive, ci sarà dato senza conflitto, se non elemosine o “ristori” legate alle emergenze di questi tempi pandemici, che possono lenire il male ma non risolverne le cause.

La speranza è quindi che la politica, nel senso più alto del termine, prenda il toro per le corna e non si limiti ad agire a ruota delle indagini della magistratura. E che la smetta, infine, di individuare nel mondo imprenditoriale l’interlocutore privilegiato, se non l’unico, per la definizione dei programmi di tutela e “sviluppo” del proprio territorio.

Da quello che emerge non ci sembra davvero il caso di perseverare in questo, per usare un eufemismo, “tragico errore”.

 

 

 

 

 

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